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Wilhelm Senoner

Spigoli di roccia, le mie forme.

 

 

 

 

Philippe Daverio

Wilhelm lo sciamano


Come antropologo culturale non devo distinguere il bello dal brutto, come credono di fare i critici d’arte. Non sono interessato a quelle categorie, ma piuttosto a quelle dell’autentico e del falso. Vado a scoprire cosa hanno in comune popoli e territori, analizzando attentamente i segni che lasciano le popolazioni, segni spesso davvero bizzarri.

Con questo spirito mi avvicino a Wilhelm Senoner, e, facendolo, penso non casualmente a figure come Alberto Giacometti e Carlo Carrà. Giacometti che nella prima metà del 20° secolo, per trovare l’ispirazione alla forma che sta inventando, scavalca la classicità greco romana, e va a cercare una figura più in fondo alla sua anima, una figura etrusca. Carrà, che, smesso il gioco futurista, entra in un percorso di identificazione lungo il quale troverete, ad esempio, un omino con la faccina tonda che sembra uscito da una pietra scolpita, quasi una scultura romanica.

Nel nostro Wilhelm trovo un espressionismo profondo, una “espressività radicante” che è propria di queste parti, propria della montagna. Le sue sculture sono “autentiche” - come i feticci africani quando sono autentici - sono i feticci degli “alpini”: degli uomini delle Alpi. E’ questo che le rende importanti. Noi le guardiamo con una curiosa sensazione di trasporto, senza capire immediatamente di cosa si tratta e quindi senza trovarci dentro la banalità di una narrazione già pronta. Sono le divinitá arcane del mondo delle Alpi di oggi.

Sapete chi è Wilhelm Senoner? Lui forse è uno “sciamano”, uno di quelli che lavora per andare a scoprire i misteri arcani. Il loro mestiere è stare chiusi in fondo al bosco, perpetuare e ricercare la memoria, come facevano i monaci durante le invasioni barbariche per trascrivere e trasmettere il sapere. Agli sciamani dobbiamo la continuità della coscienza, la continuità della memoria, la continuità della sensibilità.